Martorèo

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È un vocabolo del dialetto veneto, almeno nella mia zona di origine che si situa nel baricentro tra le città di Venezia, Padova e Treviso. Amici della provincia di Treviso mi segnalano che da quelle parti verso la Pedemontana si chiami MazariòlMathariòl, pronunciato con il suono della theta greca (la fricativa dentale sorda dell’alfabeto fonetico internazionale, denotata con la lettera θ).

Questo termine di cui voglio parlare non è la versione dialettale della parola martorello, che si trova nel Dizionario della Crusca (ma non si trova nel Devoto-Oli, per esempio), il cui significato e uso sono del tutto estranei alla tradizione veneta. Si tratta invece del nome con cui ci si riferisce ad una specie di demone, o di folletto, che i contadini veneti ritenevano responsabile di scherzi ai loro danni, come ad esempio la sparizione di attrezzi di lavoro o di altri oggetti di uso quotidiano.

Nella costante commistione sincretistica esistente nella mia terra tra queste rappresentazioni pagane e il cattolicesimo, c’è chi per rimediare all’impossibilità di ritrovare le cose perdute si affidava a Sant’Antonio da Padova recitando i cosiddetti “Sequeri”, dal latino “Si quaeris” (se cerchi) che è l’incipit della preghiera “Si quæris miracula” [Fonte]. Miracolosamente l’oggetto cercato faceva la sua comparsa, di solito in un luogo in cui si poteva giurare di aver guardato più volte. Le mie nonne mi hanno assicurato, per esempio, che la cosa funzionava.

A parte la divertente circostanza che il termine query, che in Informatica si usa così abbondantemente per indicare l’interrogazione di un database, tragga origine proprio dall’equivalente del latino cercare,  e la presenza di demoni anche in informatica (sono, soprattutto in ambiente Unix quei programmi che sono in costante esecuzione per tutto il tempo di accensione della macchina e ai quali sono associati dei servizi in ascolto: web server, mail server eccetera), l’accezione che io ho dato al martoreo (lo scrivo in dialetto) è quella di bug del software insidioso e difficile da scovare.

Mi sono trovato molte volte infatti di fronte ad un malfunzionamento del software la cui causa è particolarmente difficile da individuare: se si legge il codice sembra che la sua esecuzione non debba portare al malfunzionamento presente in quel momento. Cioè sembra tutto corretto ma il programma sbaglia. Ecco, ho da tanti anni battezzato questa situazione con una locuzione tratta dalla mia tradizione contadina: è colpa del martorèo, il folletto che in qualche modo agisce su programmi e dati per creare un malfunzionamento. Non ho trovato nessun altro che usasse questo curioso vocabolo per descrivere un bug difficile, non so se considerarlo un mio conio. Però quando lo uso e lo spiego per la prima volta al mio uditorio, tutti rimangono molto divertiti dalla storia.

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